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Ci siamo: USA al voto, cosa dicono i sondaggi

Data pubblicazione: 04 novembre 2024

Autore:

Wealthype.ai per Fineco Bank
Rappresentazione visiva dell'articolo: Ci siamo: USA al voto, cosa dicono i sondaggi

Dai sondaggi non è ancora chiaro quale sarà l’esito delle elezioni statunitensi. Harris e Trump hanno orientamenti diversi e intercettano diversi elettorati. Ma come funziona il sistema elettorale? Una curiosità: avere più voti potrebbe non bastare. 


Gli Stati in bilico

Il numero di Stati che ha cambiato partito rispetto all’elezione precedente


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Fonte: Elaborazione Wealthype.ai


È arrivata ormai all’ultimo miglio la corsa per le presidenziali statunitensi: martedì 5 novembre si vota in quello che viene percepito a tutti gli effetti come l’appuntamento più importante di questo intenso 2024 elettorale. I due candidati – Kamala Harris per i democratici, Donald Trump per i repubblicani – risultano sostanzialmente in parità secondo tutti i principali sondaggi.


Se nelle prime settimane di campagna elettorale – dopo essere subentrata all’uscente Biden – Harris sembrava aver guadagnato un certo vantaggio sull’avversario, successivamente Trump ha recuperato terreno: ad oggi, gli scostamenti riportati dalle diverse analisi sono statisticamente trascurabili e ridotti comunque a pochi punti percentuali. Insomma, tutti col fiato sospeso fino all’ultimo momento.


Certo, quella dei sondaggi non è una scienza esatta. L’intero processo è suscettibile di pregiudizi e oscillazioni che vanno ben oltre il semplice “margine di errore”. Tuttavia, queste analisi, per quanto imperfette e migliorabili, sono utili per capire quali sono i temi più sentiti dagli elettori e a che punto si trova – con tutte le dovute cautele – la corsa alla Casa Bianca. 


Prima di proseguire, però, è necessaria un’altra precisazione: per come funziona il sistema elettorale statunitense, infatti, la partita si giocherà essenzialmente – più che sul voto popolare – su una manciata di Stati chiave, i cosiddetti Swing States (o “Stati in bilico”) che, nel 2024, sono sette: Nevada, North Carolina, Georgia, Arizona, Wisconsin, Michigan e Pennsylvania. E ora vi spieghiamo perché.


Come funzionano le presidenziali USA?


Quello statunitense non è un sistema elettorale diretto. Formalmente, infatti, gli elettori dei 50 stati americani non votano direttamente per uno dei due candidati, ma indicano una preferenza per uno dei “grandi elettori”, il cui numero per ogni Stato varia in proporzione alla popolazione.


Si tratta in buona sostanza dei delegati che comporranno il collegio elettorale: i 100 membri del Senato (due per ogni Stato eletti ogni sei anni) e i 435 deputati della Camera (assegnati proporzionalmente in base alla popolazione ed eletti ogni due anni). A questi si aggiungono i tre rappresentanti eletti nel District of Columbia, la zona della capitale Washington. In totale, quindi, i grandi elettori sono 538: chi, tra Harris e Trump, otterrà la maggioranza relativa dei voti in uno Stato, si aggiudicherà tutti i grandi elettori abbinati a quello stesso Stato.


I grandi elettori, a loro volta, indicheranno a maggioranza semplice il prossimo inquilino della Casa Bianca. Basteranno dunque 270 preferenze dei grandi elettori per vincere. Il che, tradotto, significa che ottenere più voti popolari dell’avversario non dà alcuna garanzia di vittoria: l’importante è assicurarsi un numero sufficiente di delegati.


Ed è proprio per questo che gli Stati in bilico sono così importanti: poiché potenzialmente se li possono aggiudicare entrambi i candidati, i partiti politici spesso investono maggior tempo e denaro per la campagna elettorale in questi Stati.


Il tema più importante e sentito resta l’economia


Fatte tutte queste doverose premesse, in queste settimane e mesi i sondaggi sul voto ci hanno dato tutta una serie di informazioni interessanti sulla corsa elettorale. Tanto per cominciare, ci hanno confermato che l’economia resta ampiamente il tema più importante su cui si giocano le decisioni di voto degli elettori, seguito da aborto e immigrazione. 


I temi più importanti per la campagna elettorale

Domanda: “Quali temi peseranno di più nel determinare la tua scelta di voto? (fino a tre risposte consentite)”


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Fonte: Redfield and Wilton


In ambito economico, i programmi presentati da Harris e Trump hanno qualche punto di contatto – sono entrambi dispendiosi e improntati al protezionismo nei confronti della Cina – ma evidenziano anche notevoli divergenze. In estrema sintesi, il programma dell’attuale vicepresidente Harris appare orientato alle famiglie della classe operaia e media e alle piccole imprese, con l’obiettivo di stimolare la crescita economica e sostenere i redditi più bassi. E scommette sull’innovazione: sì a veicoli elettrici, semiconduttori e Intelligenza Artificiale.


L’approccio dell’ex presidente Trump è invece orientato al protezionismo, alla deglobalizzazione e alla deregolamentazione. Promette di proteggere l’industria americana (con nuovi dazi) e di ridurre il deficit commerciale. Vorrebbe inoltre rendere più restrittive le regole sull’immigrazione e abbassare le tasse sulle imprese. Stando a un sondaggio condotto dal Wall Street Journal su 50 economisti, il 68% ritiene che le proposte economiche di Trump avrebbero un effetto inflattivo maggiore rispetto a quelle di Harris. Mentre il debito degli Stati Uniti – già destinato a raggiungere il 99% del PIL quest’anno – sembra destinato a crescere con entrambi i leader.


Un altro aspetto interessante messo in luce dai sondaggi – e illustrato in modo molto chiaro dal grafico seguente – riguarda quello che gli elettori si aspettano da uno o dall’altro candidato in ambito economico.


“Cosa pensano gli americani”

Come interverranno Harris e Trump sull’economia USA?


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Fonte: YouGov


Ma chi sono gli elettori di Trump e chi invece è più favorevole a Harris? A livello demografico, semplificando un po’, possiamo dire che l’attuale vicepresidente ha una certa presa sui giovani e sulle persone non bianche, mentre The Donald è più forte tra gli elettori bianchi con un’istruzione non universitaria. Invece la popolazione di età più matura, che all’inizio della campagna elettorale sembrava più orientata al voto repubblicano, oggi appare abbastanza divisa.


Stando al sondaggio condotto da New York Times e Siena College, infatti, l’apprezzamento per Trump si è sensibilmente ridotto tra la Generazione X e i Boomer, che attualmente sono equamente ripartiti tra i due candidati. Infine, il cosiddetto “gender divide” tra chi preferisce Trump e chi Harris resta significativo, con le donne orientate verso l’una e gli uomini verso l’altra.  


La demografia al voto

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Fonte: New York Times/Siena College


Il voto non tange i mercati nel lungo termine: focus sugli obiettivi


Per chi investe, lo abbiamo detto e lo ribadiamo, al netto delle possibili implicazioni di breve periodo, la strategia migliore potrebbe essere semplicemente quella di guardare oltre le elezioni. Numerosi studi sulle performance passate hanno infatti dimostrato che la politica non ha un impatto rilevante sui mercati finanziari sul lungo periodo. Al contrario di fattori come la crescita, l’innovazione, l’inflazione e i conti pubblici, che sono parametri da valutare anche in ottica politica, certo, ma dipendono generalmente da un mix di variabili endogene ed esogene rispetto alla Casa Bianca e alle scelte politiche.


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